L’aumento dei boschi in Toscana, e l’identità del paesaggio

Sono apparsi in questi giorni articoli sull’aumento dei boschi in Toscana. La questione non è nuova, ma è bene che sempre più giovani colleghi del settore forestale se ne occupino.  Quello che forse sorprende è come ci sia ancora qualcuno a cui questa sembri essere una novità e che anzi si contestino i dati. I primi studi sull’aumento del bosco in Toscana dovuto all’abbandono dell’agricoltura sono della fine degli anni ’90, furono stimolati proprio da dirigenti forestali della Regione che vedevano nell’aumento indiscriminato del bosco un fenomeno non positivo. Se si è persone lungimiranti e non motivate da visioni ideologiche si capisce che la qualità del paesaggio e l’identità del paesaggio sono fatte di equilibri, specie in toscana. Chi scrive ricorda giovani forestali altoatesini che, conoscendo bene il loro paesaggio di montagna, agli esami di stato esprimevano già questa preoccupazione agli inizi degli anni 2000.    Il problema fu affrontato a carattere nazionale nel 2010 dal ministero agricoltura e foreste quando si prese atto che avevamo abbandonato 10.000.000 di ha di aree agricole da dopoguerra e su queste si erano sviluppati più di 6.000.000 di ha di boschi. Si tratta fra l’altro di un fenomeno europeo dalla Polonia alla Francia dalla Svezia all’Italia i boschi aumentano per lo stesso motivo.  Questo sollevava numerosi problemi che molti non vedono. Fra gli altri, inutile avere tanti boschi in più se poi si importa più della metà di prodotti agricoli da chissà dove, fatti chissà come, inneggiando alla sostenibilità, biodiversità, CO2 assorbita ecc. ma lasciando ad altri l’onere di coltivare ciò che noi magari poi utilizziamo per il “made in Italy”. Peraltro, pochi sanno che un oliveto assorbe più CO2 di un bosco alle nostre latitudini e in più ci consente di non importare olive da altri paesi.  Nel 2012 una prima variazione introdotta alla legge forestale consentiva di rimuovere il bosco sui terrazzamenti e i pascoli per ripristinare  colture agricole e ricreare una maggiore  diversità del paesaggio, mentre il testo unico forestale del 2018 non solo prevede tale possibilità, in particolare nei paesaggi rurali storici, ma definisce anche tipologie quali boschi da pascolo e pascoli arborati che prevedono bassa densità di piante arboree, diverse da superfici boscate compatte ed omogenee. Venendo alla Toscana, del  problema si era già preso atto al momento della stesura del Piano del Paesaggio del 2014, la legge 65 infatti prevede di potere rimuovere il bosco ricresciuto dal 1954,   mentre il recente rapporto sullo stato delle politiche del paesaggio del 2020, non solo quantifica il processo ma finalmente  inserisce il problema  fra le criticità del paesaggio, al pari  del consumo di suolo.

https://www.paesaggiotoscana.it/documents/20142/108369/ORPT-libro-definitivo-13052021-web.pdf/2f797e60-3982-1d04-6907-f27542143a2d

Si tratta dello stesso approccio utilizzato dall’ISTAT nei rapporti sul benessere che dal 2014 indicano i due processi come fenomeni degradativi della qualità del paesaggio.  Sono state poi pubblicate altre ricerche sul tema in riviste scientifiche internazionali che confermano l’aumento.

https://www.researchgate.net/publication/326803077_Rural_Landscape_Planning_and_Forest_Management_in_Tuscany_Italy

In vista del Green deal Europeo e del PNRR la questione è, non piantare ulteriori boschi, salvo forse alberi in città, ma cercare coltivare tutti i boschi che abbiamo (ne usiamo solo 1/3 e importiamo più dell’85% del legname dall’estero e anche questo non è sostenibile) e recuperare aree agricole per migliorare la nostra impronta ecologica dovuta al cibo, favorendo l’economia circolare e ripopolare le zone rurali. In generale sarebbe poi utile insegnare nelle scuole cosa sia il paesaggio italiano e toscano, argomento veramente poco noto, cercando di far capire la differenza fra la Scandinavia  e l’Italia.

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